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Due storie ucraine
(Mykola Chvyl'ovyj)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Due storie ucraine di Mykola Chvyl’ovyj sembrano proporsi come due esperienze letterarie molto diverse. Io (Romantica), opera visionaria, delicata e immaginifica, scopre in tutta la sua tragicità il contrasto tra l’ "oggettività" rivoluzionaria e il sentimento filiale per la madre; indica, in altre parole, l’impossibilità di comporre il dissidio tre "la persona e il cekista". Questo capolavoro è attraversato da primi piani cinematografici molto incisivi, da bagliori, da soprassalti espressionistici che ricordano i "luoghi" cromatici dell’icona. Lo penetra un futurismo abbagliante e splendido, pieno sì dei colori e dei crepitii delle battaglie dei "versailliani" e dei "comunardi", ma anche di visioni che appartengono al fondo ancestrale della "santa" Russia e all’incandescenza rutilante dell’Apocalisse. Chvyl’ovyj racconta con una tenerezza palpabile e accorata: ed è la Madre (intesa nel senso proprio, ma pure vastissimo) la vera protagonista.

Ivan Ivanovyč è opera "realistica", centrata sul vissuto quotidiano dell’èlite burocratica stalinista di provincia, "in cui viene estrinsecata al meglio la verve satirica di Chvyl’ovyj", come scrive il traduttore Luca Calvi nella sua postfazione. Il grande scrittore sottolinea in Due storie ucraine che la dimensione umana è insopprimibile e strutturale alla persona; non appartiene alla borghesia o alla rivoluzione. Sullo sfondo si avvertono Gogol e Swift, ma rimescolati in un contesto più colloquiale e leggero, divagante e fluido, perfino esilarante; così Chvyl’ovyj delinea un ritratto indimenticabile del comunista "perfetto", appassionato a dibattere sull’ "ultima scappatoia contro l’autocritica", che alla fine si ritroverà epurato. Tutto questo viene narrato con vivacità, freschezza discorsiva e finezza psicologica.


Prima pagina 

IO (ROMANTICA)

 

"Al fiore del melo"

 

Dalla nebbia profonda, dai silenti laghi della Comune oltremontana giunge un fruscio: è Maria che sta arrivando. Esco sui campi senza fine, passo i valichi a lì, dove i tumuli ardono, mi chino su una solitaria roccia deserta. Guardo verso l’ignoto – ed allora i pensieri, uno dietro l’altro, come amazzoni, mi volteggiano attorno. Allora tutto scompare… I misteriosi cavalieri volano, dondolandosi aritmicamente, verso i contrafforti ed il giorno si spegne; la strada corre tra i tumuli e dietro si allunga la steppa taciturna… Schiudo le ciglia e ricordo… proprio mia madre, il prototipo incarnato di quella eccezionale Maria che sta ai confini di secoli sconosciuti. Mia madre è l’ingenuità, la silenziosa tristezza e la bontà infinita (questo me lo ricordo bene!). il mio dolore impossibile, il mio tormento insopportabile ardono nella lampada del fanatismo davanti a questa meravigliosa immagine triste.

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La mamma dice "Che io (suo figlio ribelle) mi sono proprio ridotto male…". Allora prendo la sua dolce testa di capelli argentati e l’appoggio piano sul mio petto… Oltre la finestra passano le mattine rugiadose e cadono madreperle. Passano giorni impossibili. Lontano, dal profondo della foresta vengono lentamente dei viandanti e vicino alla fonte azzurrina, dove le strade si dividono e vanno verso ogni direzione, si fermano. Quello è il giovane mondo oltremondano.

(…)


Rassegna Stampa


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