EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Nostro Tempo", Domenica 2 Dicembre 2001

RIPROPOSTA

L’inquietante e poetica vicenda narrata in "Chi abita la villa" di Elio Bartolini

La contessina e la civetta

di Luca Desiato

 

Una sfiorita nobildonna, una contessina, in una grandiosa e fatiscente villa veneta in un tempo fuori dal tempo: è lo scenario di malessere che accompagna una vicenda inquietante nell’ultimo romanzo di Elio Bartolini "Chi abita la villa" recentemente ripubblicato (dopo un’edizione Einaudi del 1967) dall’editore Santi Quaranta. La contessina vive la sua decadenza non priva di questa follia fra soprassalti e ricordi nella sospensione di un dramma incombente il cui precipitare è continuamente annunciato.

Lo sfaldarsi del casato è stato ritmato dallo stillicidio della spoliazione: terre, possedimenti, castelli, tutto è stato venduto o lasciato alla mercé di profittatori. La decadenza è malattia lunga e sottile che consuma le generazioni, magari passando per abitudini turpi e incestuose. Tornano dal passato le immagini di un’infanzia che forse è stata felice, tornano fantasie di immagini: la madre malata Sofia, la zia Bice esperta in marmellate di cotogne, lo zio Leonardo perso dietro una eterna storia del patriarcato di Aquileia: figure evanescenti, larvali, consumate dalla loro stessa inconsistenza, quasi la condanna di non saper stare al mondo. Né è sufficiente, a frenare tale decadenza che scivola inesorabile verso la morte, l’antidoto di una infanzia rievocata nei suoi giochi, né la compagnia fedele di una civetta, né la guerra contro torme di topi famelici, quasi realistico bisogno d’ordine.

Piccolo romanzo di atmosfere, questo Bartolini dove i rumori accompagnano una solitudine atroce più suggerita che squadernata: il cancello arruginito che stride, lo zampettare dei topi nella intercapedine del soffitto, il vento che penetra nella canna fumaria, il crepitare della legna che arde nel caminetto, il tuono che annunzia lo sfolgorio del fulmine che squarta un albero, o gli odori della campagna che penetrano dappertutto con fluida invadenza.

E di immagini: affreschi di dame di altre epoche, più smorte del ventaglio inerte che stringono tra le mani, fastosi e carnali trionfi di Dioniso che riemergono da sotto gli intonaci dopo un sonno di secoli, tazzine da caffè sporche sul tavolo di cucina: resto di conversazioni interrotte, e zucche spropositate, monumenti della feracità della natura, l’ultima uva dei filari tormentata dai moscerini, le pannocchie solari di granturco, il fumigare di botrt malsani. Una atmosfera sospesa che rende instabile ogni cosa.

Soprattutto quel gocciare di velleità e frustrazioni dentro un’individualità femminile raggomitolata in se stessa dopo tanti sforzi. Non ultimo quello di vivere una normalità atavicamente negata. Non c’è misericordia per tanti personaggi femminili dell’autore veneto: donne forti e fragili che portano sulle spalle l’ingombro della vita, metafora del più pesante peso dell’universo umano. E la contessina senza nome che vive nel labirinto della villa, ma soprattutto nella mente la decadenza del suo casato forse ne è un ulteriore pregnante simbolo.

webmaster Marco Giorgini