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"L’Osservatore Romano",
9 gennaio 2002
SCAFFALE
Sperimentazione narrativa e tensione metafisica
di
Claudio Toscani
E’ del 1967, in prima battuta, questo romanzo di Bartolini che l’editrice trevisana ripropone in bella veste nel quadro della progressiva e meritoria riedizione di tutta l’opera dello scrittore friulano. E nel ’67, Bartolini già raccoglieva i frutti di un protratto e profondo lavoro letterario, soprattutto tecnico-formale. Qui, in questo romanzo, la trama si avvita attorno alla solitudine di una giovane nobildonna che abita una vecchia villa in rovina: storia di decadenza privata e di classe, con annessi umori e malumori, tic, premure e sinecure. Da questo speciale libro (esempio di narrativa che felicemente abolisce le tradizionali unità del gioco narrativo e cospira pure a una certa devitalizzazione del personaggio) nacque il "secondo tempo" di Bartolini. A quel punto, la linea sino ad allora portata avanti dal suo lavoro, veniva inaugurando un nuovo corso letterario, valido per sé, ma non di meno esemplare per la tecnica del racconto italiano in genere. Senza tempo, senza protagonismi, senza peripezie. Chi abita la villa è tuttavia un romanzo di grande spessore tematico: dice con parole come pietre, con scrittura come con quadri o affreschi, con voci come con echi di crepe che percorrono intonaci e muri, con fatti come manufatti, con vicende umane come con eventi ancestrali. Se è vero che questo romanzo può essere assimilato a un lungo referto ottico (l’école du regard non è lontana) – che intercambia evento e oggetto in ardua sperimentazione narrativa, che dimostra una certa esuberanza di percezione (emotiva) sulla certificazione (sensoriale) -–è altrettanto vero che esso si adopera di far tutto convergere in una tensione metafisica che rimanda a una assai complessa filosofia del vivere e dello scrivere.
Elio Bartolini, Chi abita la villa, Treviso, santi Quaranta, 2001, pp. 152, L. 20.000
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