di Fabrizio Giovenale
Bel personaggio l’autrice di questo libro. Una milanese militante di sinistra, che ha lavorato in Cgil, e che otto anni fa s’è trasferita con i suoi in un podere del Chianti a badare all’orto e coltivare ulivi. E ha cominciato a scrivere. Prima un poemetto ecologico sul filo delle reminescenze imeriche, La Custode (vedi "Vivere e Sopravvivere", n.8 - ’97). Poi questo Campovento: racconti di vita di una donna del Sud, vicende familiari, lotte contadine. Bello. Vivacissimo. Allegro. Con dentro una gran carica d’ "ottimismo della volontà". Che però m’ha messo, alle prime pagine, un po’ in imbarazzo.
Ecco perché. in vita mia ho lavorato in quasi tutti i paesi del Sud, ma i luoghi che lei descrive – così realisticamente che sembra starci – non riuscivo a riconoscerli, a localizzarli. Solo dopo un po’ ho capito di essere di fronte a un Sud "costruito nella mente" di una persona dotata di una eccezionale capacità di immaginare realtà "più vere del vero". E dotata al tempo stesso di una visione molto positiva della natura umana.
La storia di Campovento – la Cooperativa agricola messa su e gestita, difesa, portata alla prosperità da un gruppetto di ragazze e ragazzi di campagna, con qualche anziano che gli dà una mano – si trasforma strada facendo in un grande apologo fantastico: buoni contro cattivi, le mosse dei cattivi anticipate e rintuzzate dai buoni… Tutto con un sapore di gioco, con un’allegria scanzonata, con la certezza di farcela ad avere la meglio…
A parte la simpatia, il divertimento, l’interesse tenuto sempre desto (è un libro che non dà un attimo di respiro), la cosa più importante per me è l’orientamento: la direzione verso la quale ci invita a guardare. Che è quella della resurrezione di un pensiero di sinistra: in chiave ambientalista e di riscoperta delle realtà elementari, della natura e della terra. A tutti i livelli: dei pensieri, delle azioni, dei valori, degli stati d’animo, degli umori… Scusate se è poco.