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Campovento
(Sonia Savioli)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Campovento è un luogo, una masseria, una banda ma anche un modo di pensare, uno stile di vita, un’utopia. È una patria, è una legge, è la libertà. Una storia di gente semplice e generosa, così semplice che è impossibile confonderla, così generosa che è impossibile corromperla, dividerla, spaventarla.
Dentro questa storia cresce un Sud comunitario, trasfigurato, dove s’intreccia con naturalezza linguistica l’ "autobiografia" di Rita che si affranca vivacemente dai pregiudizi "meridionali" trasferendosi poi al Nord per studiare. Maturato un forte senso di socialità e attratta dalla nostalgia per il Sud magico dell’infanzia, vi fa ritorno per piantare, con la sua banda di giochi, la "cooperativa" di Campovento e farne un’autentica fattoria degli uomini e degli animali, una terra pacifica dagli "uliveti ombrosi nella piana e sulle colline dolci", nella quale contano la solidarietà e l’amicizia, l’amore per la natura e l’impegno per la giustizia.
Campovento si svolge anche come "parabola" che ha il gusto della vita semplice e della festa, in cui il sogno edenico si fa esistenza quotidiana, la patria "mentale" e immaginosa si trasforma "in paese" vero e felice. L’atmosfera d’insieme viene dal remoto e incantato mondo delle fiabe contadine meridionali; a un Sud ancestrale e abbagliante si contrappone "la grande città del Nord… orribile, senza silenzio e senza colore", di cui Sonia Ravioli sa cogliere, comunque, aspetti positivi.
La scrittura narrativa di Campovento ha il ritmo sereno di un’oralità festosa e piena, con un suo fondo di segreto mistero; scorre come parlata fluente e sapienziale, colma di immagini e scorci poetici, senza mai perdere il contatto con la corporeità della vita; c’è il movimento lento e fascinoso, la speranza lineare e viva delle meridiane.
Prima pagina
I TRENI
Volevo fare il ferroviere e odiavo essere una femmina. Ma questi due sentimenti, appassionati e generosi, che prorompevano spesso in entusiasmo o rabbia, in salti e veementi discorsi, agitarono due epoche diverse della mia vita. Volevo fare il ferroviere fino a quando non ebbi sei anni e cominciai a non sopportare di essere una femmina sicuramente dopo i sette anni. Tra i due periodi regnò un limbo di pace apparente, che forse era solo un’attesa molto accorta e un po’ infida, durante la quale mi esercitai a diventare me stessa e a fare a meno di tutti gli altri o, se proprio non potevo farne a meno, estorcere il loro aiuto senza ricambiarli con la mansuetudine.
Mio padre faceva il casellante o meglio lo faceva mia madre perché, mentre lui passava il suo tempo a zappare e sarchiare l’orto che avevamo nella valle di Sant’Andrea, a parlare con l’asino e il cane e quelle due capre e, insomma, a godersi la vita senza far male a nessuno come un santo eremita, che però aveva una casa e la zuppa pronta quando ci tornava, mia madre, oltre a preparare quella zuppa e tenere la casa pulita e in ordine e badare che i figli non andassero sotto il treno e curare le galline e il giardino e che le galline non sconfinassero e rovinassero il giardino, alzava e abbassava la sbarra del passaggio a livello, puntuale come l’orologio a pendolo e il suo cucù che suonava le ore.
La sera, dopo la zuppa, ci pensava mio padre, fumando la sua pipa quotidiana, con un brillio di felicità negli occhi, perché, dopotutto, il vasellame era lui e sua era la responsabilità. La sera mia madre si metteva in ciabatte, perché aveva i piedi gonfi e li anche di giorno, almeno dopo le dieci di mattina, ma di giorno, con tutto quel va e vieni, entra ed esci, non poteva togliersi le scarpe: prima di tutto, diceva lei, perché doveva essere veloce e se, Diociscampi, fosse inciampata e non avesse fatto in tempo ad abbassare la sbarra? E poi perché stava male farsi vedere in ciabatte da tutta quella gente che passava in treno e guardava dai finestrini e salutava e a volte gridava delle parole che si perdevano nello sferragliare e nella lontananza.
Ciaaao! Gridavamo io e mio fratello, saltando verso l’alto per arrivare coi saluti più lontano.
(…)
Rassegna Stampa
RITA, PICCOLA RIBELLE INNAMORATA DELLA VITA ("Famiglia Cristiana", 22 ottobre 1997)
Conquistare la dignità ("Messaggero Veneto", Domenica 16 novembre 1997)
AVVENTURE TRA LE ZOLLE ("Avvenimenti Lbri", 17 dicembre 1997)
Una fiaba contadina nella luce vibrante del Sud ("L’Osservatore Romano", Mercoledì 4 marzo 1998)
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