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"La vita cattolica di Udine" , 27 gennaio 2001
Riediti in un unico volume i "trattatelli" di Amedeo Giacobini
Andar per uccelli, gioco di uomo e natura
È opera inusitata nella narrativa italiana ed europea, colma di magnificenza affabulatoria e vera poesia, sapientissima e ricercata nei riferimenti, sorretta da una lingua godibile e talvolta cruda
di Roberto Iacovissi
Del sessantenne Amedeo Giacobini – Medeo di Vildivâr – scrittore di razza e poeta friulano tra i migliori contemporanei, mi erano soprattutto noti alcuni suoi studi di filologia, alcune delle sue raccolte di poesie, un romanzo, "Manovre", oltre ad un godibilissimo, e sapiente saggio critico sul poeta friulano Eusebio Stella.
Non avevo invece fatto troppo caso, amico lettore, quando era uscito, per i tipi dell’editore milanese Scheiwiller, un suo trattatelo, "L’arte dell’andar per uccelli con il vischio", che aveva scatenato l’ira funesta di certi ecologisti, oltretutto sorpresi per il fatto che un simile titolo (ma l’avevan letto, poi, quel libro?) fosse stato stampato da un editore noto per le sue pubblicazioni riservate ad un segmento di cultura alta e raffinata.
Avevo sbagliato, naturalmente, e son qui a farne pubblicamente ammenda. La ragione del mio tardivo ravvedimento sta nel fatto che mi è capitato tra le mani questo suo "Andar per uccelli", edito da Santi Quaranta, che raccoglie, assieme a quel lontano trattatelo, anche quello successivo, "L’arte dell’andar per uccelli con le reti", accompagnati dal contributo di una postfazione firmata da Mario Villalta.
Checché ne dicano certi ecologisti fin troppo irretiti dal fascino dell’ideologia animalista, quello di Giacobini è libro tutto pervaso da profondo amore per una natura vissuta fin dentro alle proprie radici, e da un sentimento di grande rispetto per i pennuti animali con i quali l’autore, per una sorta di necessario ed affascinante gioco delle parti, giunge financo ad identificarsi.
L’animo dell’uccellatore, che con le sue mani costruisce le panie e conosce a menadito l’arte del vergognare non si inventa, amico lettore: è questa una predisposizione genetica che viene dagli avi, e che solo con la diuturna frequentazione della natura assai si affina. Senti, al proposito, che cosa dice il Pitta, maestro tra i più intransigenti che si conoscano dentro e fuori le terre della Bassa friulana: che l’uccellatore deve farsi egli medesimo uccello, e capire gli alati da ogni atteggiamento, e amare i posti che prediligono e conoscere persino gli odori che li attraggono. Certo, per molti è passione irrefrenabile che si sveglia periodicamente, facendo pulsare il sangue nelle vene. Smisurata, anche, esagerata: ma tant’è. È amore che nasce e si fortifica all’interno del duro mondo di una Bassa ancora ricco di umori, ancestrale e biblicamente astuto, nel quale gli uccelli vengon catturati (ma non è vicenda di sempre) con un gioco astuto, sì: astuto e crudele.
Leggi dunque, amico lettore, questa fatica con quell’amore con il quale lui l’ha scritta, e senza pregiudizi. Perché è anche autobiografia, raccontata senza reticenze, opera inusitata nella narrativa italiana e financo europea, colma di efficienza affabulatoria e di vera poesia, sapientissima e rivercata nei riferimenti, sorretta da una lingua beatamente godibile e talvolta cruda, anche quando si fa baroccamente ricercata. Leggendola a guisa che ti ho detto capirai le ragioni del gran patriarca Giacobini, di quel grande saggio di un mondo perduto al centro del quale ci sono le creature alate e la loro ricercata compagnia. Rifletti pure sulla scomparsa di quel mondo e di quella cultura vera che non ci son più, soffocati dal progresso, dai riordini fondiari, dalla monocultura e "dulcis in fundo", dallo scarso amore per la terra che di certo assai più danni han recato alle creature che volano. Leggendo delle mille astuzie dell’uomo, e delle millanta degli uccelli, capirai bene questo amore capace di disgelare, con i ritratti fulminanti e bellissimi del cardellino, della civetta o della Lodoletta, un mosaico di creature e di natura affascinante, vivo per quell’amore non soltanto descrittivo, ma vissuto, profondamente radicato nel nativo dato forte e terragno. E nella descrizione tecnica del gesto, sempre uguale da secoli, dell’uccellatore che di sera, con la rugiada, rinfresca l’infrascatura, o che abilmente soffiando, trarrà dal pilucco il sibilo acuto che la parussa emette ad ogni spavento, ti sarà svelata l’altra faccia di questo scritto, elogio di un mondo, di una lingua, di una cultura e dei suoi tanti saperi che l’attuale "disincanto del mondo" ha definitivamente sepolto.
Sì, perché questo è un libro che parla al passato parla di memorie (cianfrogne, le chiama Medeo, cianfrogne), di un’epoca che si va facendo remota e che se qualcuno non ne parlasse, andrebbe perduta per sempre. E ne perdonerai l’autore, amico carissimo, se dopo averti affascinato con quest’opera geniale e non poco erudita, ti confesserà con vera rabbia di non poterti parlare anche della mobilissima arte dell’andar per uccelli con i falchi, ironicamente paventando la possibilità di parlarti piuttosto dell’arte di andar per pantegane, per gazze e per corvi, "i soli animali che neppure le multinazionali riusciranno a domare".
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