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"La Tribuna di Treviso" , 11 ottobre 2000
SCAFFALE TREVIGIANO
Dove volano gli uccelli
Un lavoro raffinato e discreto di "Santi Quaranta"
di Isabella Panfilo
Singolare nel quadro dell’editoria della Marca, la "Santi Quaranta" di Ferruccio Mazzariol propone testi di grande raffinatezza per contenuto e veste grafica che valicano d’un balzo la ristretta cerchia delle mura cittadine.
Non è stato scelto a caso il nome della casa editrice, valendosi essa del ruolo di "porta" tra un dentro sempre più chiuso e autoreferenziale, a dispetto della globalizzazione, ed un fuori che muta e si trasforma.
L’ultima delle proposte editoriali della "Santi Quaranta" non è una novità assoluta, trattandosi di una riedizione di due trattatelli; "Andar per uccelli con il vischio" e "Andar per uccelli con le reti", già usciti in tempi lontani per Scheiwiller, ma riuniti ora sotto lo stesso titolo di "Andar per uccelli" di Amedeo Giacobini, pagine 154, lire 22.000.
Il poeta e narratore, tra i più noti esponenti della poesia dialettale friulana, raccoglie, tra le pagine di questo che solo in apparenza figura come "manuale" di uccellagione, i frammenti, i lacerti, "le cianfrogne", definizione di Giacobini stesso, di un mondo ormai scomparso, che è la "sostanza tematica reale" del libro come annota Gian Mario Villalta nella postfazione. E non inganni la lingua, raffinatissima nel suo divertito barocchismo, ché niente risulta superfluo esito di esercizio stilistico, ma tutto, come nella Poesia, funzionale al significato; così i termini tecnici riferiti ai modi di catturare gli uccelli, e il gergo specialistico in uso tra gli uccellatori, piccola schiera di duri dal cuor gentile ormai totalmente estinta. Basterebbero i sottotitoli dei diciannove capitoli per cogliere l’essenza squisita e atipica di questo libro che insegna non tanto a catturare gli uccelli quanto a cogliere di questi l’essenza, "l’uccellità" se così si può dire, perché "il virtuoso mette, uccellando, non tanto se medesimo in gara, quanto la sua stessa natura di uomo…"; una lotta lunga fatta di appostamenti e conoscenza, amore per la solitudine e rispetto della natura (e non suoni paradossale alle orecchie "verdi") tanto che per essere uccellatore "virtuoso" bisogna, metaforicamente, vestirsi di piume e penne. Qualche passaggio delle tecniche di costruzione di strumenti, trappole e richiami indurrebbe il lettore a tenere una rispettosa distanza dal tema, ma, in improvvise, frequenti accensioni, il testo di Giacobini fulmina e incanta, catturando l’attenzione con il vischio delle sue visioni poetiche e le reti di una lingua alta ed efficacissima. Di assoluto divertimento alcuni "ritratti" di pennuti, consueti abitatori della Bassa (che sia furlana non si dice mai, ma è sottointeso), primo fra tutti il cardellino "sporco revisionista, vezzeggiato dagli intellettuali", sotto il cui "petto armonicamente maculato" si cela "un cuore di pietra", incline a lascive promiscuità sessuali. Ben altra simpatetica affettuosità Giacobini riserva invece al pettirosso curioso "disarmato nella sua brama di saper ciò che accade, disarmante nella delicata sua grazia", compagno inseparabile del merlo "un incontro al vertice degli esseri più solitari", "tenero emblema… di chi dimentica fame, gelo e dolore per il piacere esaltante d’immergersi in un bagno di luce". E molto ancora di quaglie, allodole, civette e cinciallegre; certo è che, dopo questa lettura, si guarda al cielo con altri occhi.
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