EDITRICE SANTI QUARANTA

Via Manin, 56 - C.P. 277 - 31100 TREVISO Magazzino: Via Muggia, 7 Ccp: 17837311 P.Iva: 021852210263 CF: MZZFRC39C16G846G

Tel/fax: 0422/433194

Torna alla Homepage

"TuttoLibritempoLibero" de "La Stampa", Sabato 13 gennaio 2001

 

Con vischio e con reti a caccia di fringuelli e lodolette

Due "trattati lirici di ornitologia emotiva" capaci di coinvolgere anche gli animalisti; un poeta descrive "l’arte di uccellare", un mondo gremito di sapienza e di saperi, di pazienza e umiltà.

di Giovanni Tesio

Trattatistica? Memorialistica? Poesia in prosa? A quale genere potrà mai essere ascritto un libro come Andar per uccelli che Amedeo Giacobini, friulano di Codroipo, uno dei poeti più sicuri del panorama che solo per comodità di etichetta si continua a definire "dialettale", ha pubblicato dall’editore trevigiano Santi Quaranta? Non è una gran questione, alla fin fine, che può essere sollevata solo per suggerire fin da principio la felice imprendibilità di una lettura sfaccettata e inconsueta.

Trattatistica sì, perché il modello alluso con finezza ironica e mimetica è appunto quello di un invito didascalico all’arte dell’uccellare, da intendersi in seno assolutamente proprio. Memorialistica anche, perché accade spesso che l’autore si abbandoni a memorie mirabili (bellissima la pagina dei ricordi dell’adolescenza lungo il greto del Tagliamento punteggiato di lumi e misteri). Poesia in prosa ancor di più, sia per la precisione dei nomi, sia per l’eleganza del fraseggio, sia per l’emozione che viene da un mondo – giusto per parafrasare Machado – che potrebbe essere tradotto con il sottotitolo; "Appunti lirici di ornitologia emotiva".

I trattatelli che compongono il libro sono due e vennero pubblicati in tempi diversi pubblicati in tempi diversi e con titoli diversi da Vanni Scheiwiller a cui il libro è dedicato. Il primo parla dell’andar per uccelli con il vischio, il secondo con reti. Il primo è ancora legato, come osserva Gian Mario Villalta nella sua Nota finale, ad una realtà viva, anche se già consapevole del suo imminente declino. Il secondo è impastato nel sentimento della fine ormai avvenuta.

La materia naturalmente si espone all’infinita querela antivenatoria e – chi guardi con sguardo superficiale – si presta al troppo felice gioco delle liquidazioni di principio. Ma per chi sappia andare un po’ oltre, un po’ più in là, si offre alla scoperta di un mondo gremito di sapienza e di saperi. Il mondo perduto di fiume e di fratta, la ricchezza dei coltivi più vari uccisi dalla monocultura multinazionale, la numerosa e minuziosa descrizione degli uccelli più nostrani, dei loro costumi, dei loro linguaggi (dal sorprendente pettirosso al fringuello, "re di tutti i richiami", dall’araldica lodoletta alla quaglia libidinosa, dall’ambitissimo tordo alle onnipresenti passerette). Molta anche la devozione per i maestri più virtuosi dell’arte del "vergonare", dell’ "infrascare", del "pivuiccare": il Vagan o il Pitta o Barba Chile. Uomini di vita libera e spesso aspra, solitaria, selvaggia (chi non ricorda la famosa lettera di Machiavelli al Vettori dall’esilio di San Casciano?). Uomini di salute e nervi saldi, di pazienza e dedizione, di studio e di umiltà.

Tutto un mondo che sta a testimoniare un’obbedienza sfrenata agli stimoli di una passione, di un’attesa che può toccare la delusione più bruciante, persino la "percezione amara del nulla", addirittura il sospetto "d’aver sbagliato la vita". Sono questi i punti in cui, nei due trattatelli di Giacobini, meglio si incardina il timbro poetico delle sue raccolte migliori: i suoi presunti inverni, le amarezze saturnie.

webmaster Marco Giorgini