di Francesca Orlando
Ci sorprende, emoziona e coinvolge Amedeo Giacobini con il suo "Andar per uccelli", romanzo che l’Editrice santi Quaranta ci regala in questo inizio d’autunno.
Un trattatelo, come l’autore lo definisce su "l’arte dell’uccellare" scritto con uno straordinario linguaggio, frutto di incredibile fantasia e bizzarra inventiva, che ci conduce in boschi, steppe, luoghi palustri, frutteti e campi con vischio, rete, vergelli, panie e vuìt a scoprire i misteri di piccoli tesserini alati e del modo migliore di catturarli. Gioie e amarezze di chi va per uccelli, ma anche virtù, maestrie, abiti e vizi di merli, cinciallegre, silvie e capinere, si mescolano in un colorato affresco in cui gli animi dell’uomo e degli animali si fondono in una storia di attese, silenzi, insofferenze e astuzie. "E’ una lotta senza quartiere – scrive Giacobini -, fatta d’astuzie e agguati, ove chi perde (e non sempre è il pennuto) patisce a lungo della sconfitta e si fa con gli anni amaro, scontroso, quasi che, messe a fronte di quelle del selvatico le proprie più segrete risorse d’ingegno, fosse costretto a riconoscere sé uomo da meno d’una parussa o d’un tordo".
Così neppure il lettore, nei panni dell’uccellatore anche solo per la durata del romanzo, vorrà essere deriso dai pennuti e venir considerato solamente uno spiumagalli o un batifrasche e, nascosto tra i rovi, studierà con attenzione ogni infimo movimento del "nemico", scoprendone finanche felicità, delusioni e tragedie.
Diventerà amico del pettirosso, perché "nessun savio di norma lo uccide o gli dà espressamente la caccia… perché egli è tra i pennuti quello che riconosce più amico… E’ un uccello diverso da tutti gli altri: lo si direbbe uscito dalle mani d’un pittore inesperto o bambino, e poiché si parla di lui fin dai tempi più antichi, io credo essere egli la prova, il bozzetto da cui l’Artefice trasse poi tutta l’alata famiglia, ché vi è nel suo aspetto, nelle sue proporzioni, qualcosa d’incerto, ma anche una semplicità di linee e colori che incanta". Ammirerà la parussa, "bellissima, intelligente, crudele", con "il capo imberrettato di nero velluto" e "le guance color della calce". E odierà il cardellino, perché "sotto quel suo petto armonicamente maculato, cela, a dir poco, un cuore di pietra. È crudele, ipocrita, vile con i più forti".
Giacobini ci ammaestra con premura e passione, insegnandoci che "uccellare" non è sinonimo di "cacciare", perché "richiede un mai concluso studio degli alati, accompagnato da un infinito amore…; occorre che chi intraprende l’arte sappia farsi con lo studio quotidiano, con l’osservazione, con l’umiltà, egli stesso uccello, entrare nei misteri della grande famiglia dei volatili e capirne i bisogni, le paturnie…, dovrà saper diventare, in altre parole, ornitologo e anche medico, in grado di capire con una occhiata sola se la malinconia che abbatuffola un cantore sia noia, improvvisa scontentezza cagionata dal mutare del tempo o malattia".
Certo non sapremo pispare o zirlare come l’autore, distinguere un tìn-tìn-gât da un vuìt-vuìt, o un tottalì-tottalì da un totò-tiò, ma la campagna saprà cullarci con voci e canti che prima non udivamo e, come scriveva Giacomo Leopardi nel suo Elogio degli uccelli, saremo pronti ad affermare che "sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo".