di Angelo Mundula
Ci sono scrittori che mirano direttamente all’universale, anzi alle universalia; altri che si muovono soltanto nell’ambito della quotidianità, tra le minimalia. C’è chi parla di Dio in modo mistico o quasi mistico; c’è, invece, chi lo cerca negli avvenimenti minimi che riguardano la nostra vita di ogni giorno. Ma veramente pochissimi sono quelli che avvertono la straordinarietà del quotidiano, la sua lezione semplice e complessa, superficiale e profonda, banale ed eccezionale, apparentemente vissuta sotto "cieli noncuranti" alla Thomas, ma in realtà è sempre attraversata dalla presenza del sacro, del divino. Fra questi c’è Oliver Friggieri, da molti ritenuto il maggior scrittore maltese vivente, che l’attento Bruno Rombi ci fa conoscere proponendone e scrivendo la postfazione di un libro di racconti (Racconti per una sera – racconti maltesi – editore Santi Quaranta – pagg. 149 – Lire 20.000) che ce ne dice in modo esemplare, come di uno scrittore, appunto, tutto votato alla quotidianità, agli eventi minimi dell’umanità più povera, più emarginata, ma poi, in molti sensi, davvero esemplare per tutti. Oliver Friggieri è professore di lingua e letteratura maltese, "difensore strenuo", ci assicura Rombi, "dell’identità e specificità del suo popolo". Così come lo sono, del resto, molti suoi consorti isolani del bacino del Mediterraneo, i sardi tra i primi, tutti accomunati da una ricchezza di "umori diversi, mediterranei" e, in ogni caso, costretti a fare i conti e un continuo confronto tra il proprio, piccolo mondo e quel mondo assai più vasto che sta oltre il mare.
Friggieri parla, dunque, di ciò che accade, ogni giorno, dentro le mura di Malta, della "sua" Malta (in senso, s’intende, anche poetico), a molti poveri uomini, come tali anche considerati e sfuggiti dai più, e costretti a vivere in modo precario, alla giornata, una vita resa, talvolta, ancora più difficile dalla diffidenza e dalla cattiveria della gente. Si tratta di persone "malvestite" o "trasandate nel vestire" e questo dato, tutto esterno, tutto apparente, sembra giocare in negativo quasi un ruolo primario nella loro squallida vita. Ma è uno squallore, appunto, tutto di facciata, che nulla ha a che vedere con la loro interiore ricchezza, a cui tratto tratto sembra sorridere o più scopertamente viene incontro la potenza celeste, l’ausiliatrice opera della Madonna, di Dio o dei santi, a cui i personaggi si rivolgono con vivissima devozione. È gente che abita povere case, talvolta persino "miserabili"; gente isolata dalla sua stessa miseria e costretta, perlopiù a cercare compagnia tra gli animali (cani e uccelli) da quando gli uomini e, in particolare, i ragazzi, personaggi immancabili di queste storie, le hanno voltato le spalle o le sono stati vicini soltanto per prendersene gioco con varie insolenze.
Ma basta appena poco (un incidente stradale, qualche lacrima che dichiara un’invincibile tenerezza, le fedeltà di un cane, ecc.) a farne riscoprire l’umanità, a risvegliare il sentimento di una stessa identità che, prima ancora che etnica, è umana. Non si dica quando c’è di mezzo la morte ( e basta un uragano a farne prendere coscienza o appena un sinistro sul lavoro): il paese si mobilita, quasi incredulo e smarrito: "un uomo è morto all’arsenale. È caduto, è uno del nostro paese". Oliver Friggieri sente vivissimo il sentimento di appartenenza a una comunità. Ed è sempre un sentimento solidale, partecipe. Nella sua tenace inquadratura del quotidiano c’è sempre la consapevolezza che tutta la vita è strettamente legata ai fatti minimi dell’esistenza e il male e il bene vi si mescolano sotto gli occhi di Dio.
C’è in questi racconti che sono quasi sempre veri e propri apologhi, come ben dice Rombi, un sentimento pressoché corale di abbandonata fiducia in Dio o nella Madonna e o nei Santi (si ricordi ne Il ragazzo del mare la sorella di Berto che ne attende il ritorno, con la madre, tenendo acceso il lumicino rosso della Madonna di cui invoca l’aiuto; e nell’uomo con le stampelle quella corona di rosario ch’egli porta al collo e che bacia salendo sul tram, facendosi poi il segno della croce; e quella donna di nome Coranta, nel racconto omonimo, che invoca San Giuseppe e la Madonna perché l’aiutino a trovare un marito che possa starle accanto nella gioia e nel dolore dell’esistenza e San Giuseppe l’aiuterà o, infine, quegli artificieri di san Galdino, patrono del paese che, dopo la morte accidentale di un loro compagno, rinunziano alla loro "missione" anche se "il denaro per la festa non mancava mai"). Certo gli eroi di Friggieri sono "gli unici veri eroi del nostro tempo" (come acutamente scrive Rombi) con un pensiero che noi condividiamo in toto, soprattutto oggi che la vita richiede grande forza per salvare il nostro abito interiore. Non è un caso che i personaggi di Friggieri siano perlopiù malvestiti o almeno trasandati nel vestire. Ciò che conta per loro (rectius: per questo autentico scrittore) è soltanto l’abito morale, la coscienza della propria umanità.
Perciò questi "esemplari" personaggi non sono soltanto maltesi. Essi appartengono vivamente, profondamente, alla nostra umanità ferita, alla nostra piccola vicenda quotidiana, cos’ fittamente attraversata dal male degli uomini e dalla consolante luce dei Santi e di Dio.