di Manlio Cancogni
Di Georges Bernanos (1888-1948), in Italia, sono stati tradotti tutti i romanzi e i racconti, da Sous le soleil de Satan a Dialogues des Carmelites. Anche molti dei suoi saggi polemici, da La grande peur des bienpensants a Lettres aux Anglais, sono abbastanza noti. Non mancano i saggi critici sulla sua opera complessiva. E tuttavia non si può dire ch’egli sia, da noi, uno scrittore veramente conosciuto. Dobbiamo quindi essere grati a Jean Bothorel per la sua biografia (Gorge Bernanos il non-conformista) edita da santi Quaranta, che si spera servirà a far capire meglio un autore che è fra i più grandi del secolo.
Non si creda del resto che nel suo paese, in Francia, egli abbia avuto maggior comprensione. Bernanos è stato per tutta la sua vita un personaggio troppo controverso, per ottenere, anche cinquant’anni dopo la morte, l’unanimità di consensi che spetta a un classico. Aspro, violento, imprevedibile, Bernanos non era fatto per piacere ai benpensanti, di destra o di sinistra, cattolici o laici che fossero. Ogni suo libro, ogni suo intervento pubblico, suonava loro come una sfida e uno scandalo.
Cresciuto sotto la III repubblica borghese, democratica e anticlericale, uno come lui, credente e monarchico, non aveva altra scelta che la guerra dichiarata al "regime" senza risparmio di colpi. Del combattente aveva l’aspetto, l’espressione, la parole. Era grande, con una bella testa folta di capelli. Aveva due occhi di un blu intenso. Parlava con irruenza, servendosi di un linguaggio colorito, ricco di metafore. La natura e la Grazia l’avevano fatto unico.
Jean Bothorel, l’autore della biografia, ce lo mostra sempre in movimento. Dovunque si trovasse, con la numerosa famiglia (l’amata moglie Jeanne, sei figli, i suoceri, qualche nipote) veniva presto il giorno in cui Bernanos sentiva urgente il bisogno di andarsene. Egli ne dava la colpa al clima, alle malattie, alle difficoltà finanziarie. Erano scuse. Il denaro, ad esempio, specie dopo la pubblicazione di Soul le Soleil de Satan, non gli è mai mancato. Ma egli, non tenendolo in alcun conto, lo spendeva senza riguardo e inoltre aveva una spiccata vocazione per le imprese sbagliate. Quella di trasferirsi con tutta la famiglia in Brasile (1938), dopo aver tentato la sorte nel Parguay, per trasformarsi in allevatore di bestiame, fu la più assurda (ci perse tutti i suoi averi), non certo l’ultima.
La verità è ch’egli non riusciva a stare in pace con se stesso. Lo angosciavano il pensiero costante della morte e la visione, anch’essa insopprimibile, del male. Di qui un’ansia che lo spingeva a muoversi, cercar gente nuova, mescolarsi alla vita degli altri. Stava quasi sempre fuori casa; scriveva di preferenza nei caffè, non importa se scomodi, affollati e rumorosi. C’è da chiedersi come i suoi familiari, specie la moglie obbligata a far continuamente le valigie, lo sopportassero. Evidentemente quest’uomo agitato e turbolento sapeva suscitare, in chi gli stava vicino, un amore più forte di ogni riserva.
Era un oscuro giornalista di provincia quando lo sorprese lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Mobilitato sin dal primo mese, nell’agosto del ’14, il soldato Bernanos rimase sotto le armi fino al ’19. di questa dura esperienza non scrisse nulla. Persino nelle lettere che mandava alla famiglia egli vi accenna appena e di solito in maniera scherzosa come se ne fosse uno spettatore lontano e distratto. Ne uscì invece profondamente segnato e con l’accresciuta convinzione che il mondo assetato di beni materiali s’era dato a Satana e che soltanto una profonda rigenerazione spirituale avrebbe potuto salvarlo.
La speranza di un cambiamento (che ai suoi occhi appariva necessario dopo una prova cos’ dolorosa) ebbe breve durata. Il dopoguerra non offriva uno spettacolo incoraggiante. La Francia era la stessa di prima, dominata dagli stessi egoismi, dallo stesso spirito di parte, dalla stessa sordità alla voce di Dio. Corruzione, ipocrisia, materialismo, banalità, continuavano a caratterizzare la vita pubblica e privata. Lo stesso accadeva del resto negli altri paesi del vecchio continente, che uscito stremato, non redento, dalla guerra, stava già creando le premesse di quella futura.
Monarchico per educazione familiare (aveva anche fatto parte dell’Action française di Charles Maurras) e cattolico nelle fibre più profonde (lo sono, diceva, naturalmente, allo stesso modo che ho gli occhi blu) Bernanos non poteva tacere. Dopo il successo, anche finanziario, dei suoi primi romanzi avrebbe potuto dedicarsi a tempo pieno al proprio lavoro di narratore. Non cedette a questa pur legittima tentazione. Era nato per essere un combattente; e volle continuare ad esserlo. Fu dunque giornalista, polemista, conferenziere, mettendo sempre in gioco tutto se stesso che nella eterna lotta fra il Bene e il Male, fra Dio e Satana, non potesse esserci posto per il compromesso. La vita banale, grigia, dei benpensanti, di Destra o di Sinistra, Laici o Cattolici, che in nome del quieto vivere, erano disposti a venire a patti col nemico, lo disgustava.
I suoi pamphlets (La grande peur des bienpensants, Noël à la maison de France, etc.) di un vigore e di un’irruenza che facevano pensare a Lèon Bloy, furono per i francesi fra le due guerre un permanente appello al quale era difficile sottrarsi. Lo scandalo più forte scoppiò all’indomani della pubblicazione di Les grands cameratières sous la lune (1938) dedicato alla Spagna dilaniata dalla guerra civile.
Nel ’34 Bernanos, sempre in cerca di un nuovo domicilio, era andato a vivere con la famiglia a Palma di Majorca. Là s’era fatto molti amici nell’ambiente monarchico e cattolico. Il figlio maggiore, Yves, militava nella Falange. È naturale perciò ch’egli salutasse con simpatia il levantamiento militare del luglio ’36 in nome della España tradicional.
Bastarono tuttavia poche settimane per disilluderlo. Gli eccessi commessi anche dai franchismi lo gettarono in uno sgomento vicino alla disperazione. Gli ripugnava soprattutto che quei crimini non provocassero le proteste e le denunce dei suoi amici spagnoli, di chi si diceva cattolico.
Alla prima occasione partì dunque dalle Baleari e rientrò in Francia. Voleva che i suoi connazionali sapessero la verità su ciò che stava accadendo laggiù. Il libro che scrisse, Les grands cemetières sous la lune, fu la testimonianza franca e coraggiosa di un cristiano ferito a morte e che non ha perso la speranza. I suoi alleati di ieri (monarchici, nazionalisti) sentendosi traditi, lo coprirono d’insulti. Gli avversari di una volta (repubblicani, democratici, socialisti) lo applaudirono. Egli aveva ormai rotto con gli uni e con gli altri. Sicuro che dopo la Spagna la guerra avrebbe investito tutta l’Europa, si sentiva pronto per un esito oltre Oceano che considerava definitivo.
Esso durò sette anni. Anche in Brasile, perseverando nelle sue abitudini di eterno girovago, egli continuò a seguire gli avvenimenti europei, scrivendo, facendo conferenze, inviando lettere e appelli. Non si faceva più illusioni. Nel ’45, tornato in Francia, al generale De Grulle, che lo aveva voluto con sé offrendogli un posto nel governo, rispose di no motivando il suo rifiuto con un argomento irrefutabile: il regime democratico dei partiti non avrebbe accettato alcun progetto di riforma morale; i francesi erano troppo incalliti nel male.
In una Francia così rassegnata alla mediocrità egli non poteva più vivere. Ed eccolo di nuovo in viaggio con i superstiti della fedele famiglia. La Tunisia fu l’ultimo suo approdo. Poi la malattia, il rimpatrio d’urgenza, la morte in un ospedale di Parigi.
La scomparsa di Bernanos lasciava nella letteratura un vuoto che nessun altro scrittore cattolico ha saputo colmare. Egli è rimasto dunque senza eredi. I riconoscimenti, in patria e fuori, non gli sono certo mancati; c’è da chiedersi però se il suo lungo esilio abbia avuto finalmente termine. Il suo mondo è troppo tragico, troppo avvolto di tenebre perché vi si possa inoltrare, senza timore di perdersi, un lettore che non abbia un cuore forte e acceso dalla Fede.