di Renato Bertacchini
Tempestoso e profetico, temerario e spregiudicato, Georges Bernanos, quanto a sé, in ordine alla propria condizione, amava dire non ciò che era, ma piuttosto ciò che non era, non voleva essere: "Non sono affatto uno scrittore. La sola vista di un foglio di carta bianca mi fa restare male. Il raccoglimento fisico che impone tale lavoro mi è così odioso che, quando posso, lo evito". Non riesce a star chiuso dentro una stanza, uno studio qualsiasi. Negli spostamenti, da Parigi (dove nasce il 20 febbraio 1888) a Maiorca, dalla sua lunga permanenza in Brasile al ritorno in Francia (luglio 1945), prepotenti, tenaci abitudini lo portano fuori. Scrive negli ambienti più disparati, stazioni e sale dei ristoranti, caffè e birrerie. L’andirivieni, il mobile parlottare della gente significa ai suoi occhi la vita che scorre. Ha bisogno degli altri, serve la loro presenza "per non essere vittima di creature immaginarie, per ritrovare, con un solo sguardo rivolto allo sconosciuto che passa, la giusta misura della gioia e del dolore".
Dell’amanuense da bar, dell’insorto quotidiano, del disturbatore sociale traccia un suggestivo ritratto "Jean Bothorel, con Bernanosm le mal pensan" (edizioni Grasset, 1998). La biografia francese viene oggi tradotta da Ferruccio Mazzariol e Silvana Piovani. Il loro "Georges Bernanos il non-conformista" (editrice Santi Quaranta, Treviso), di taglio minuziosamente annalistico, risulta ricco di novità. Riferisce documenti inediti in Francia o pubblicati in Brasile o in Spagna. Si apre alle testimonianze, alle conversazioni con figure di rilievo come Matain e Cèline, Claudel e Mauriac. Rivisitando criticamente le opere e i giorni dell’ "ultimo crociato", questo "Georges Bernanos il non-conformista" mette a fuoco i nodi cruciali del personaggio. Li rettifica quando è il caso e prospetta soluzioni.
Berbanos paga sempre di persona. Rifiuta le etichette di partito. "Né democratico, né repubblicano, né uomo di sinistra né di destra, che volete che io sia? Io sono un cristiano". Da qui, ecco un primo nodo. Durante il celebre caso Dreyfus, a differenza di Zola, il cristiano Bernanos resta convinto che il capitano ebreo dell’esercito francese sia davvero colpevole di spionaggio filotedesco. Come si spiega? Nel pensiero bernanosiano, l’Ebreo è il simbolo demoniaco, l’incarnazione malefica della "Dittatura del denaro". Un simile, giovanile antisemitismo non gli impedisce successivamente di ricredersi. E schierarsi al fianco delle comunità ebraiche perseguitate dai nazisti. Anche se in lui – legato alla terra e alla natura, aspirante proprietario di campagna e fazendeiro in Brasile – rimarranno invincibili sospetti, allergie fortissime nei confronti dei "mostri" economico-finanziario-industriali. La carriera giornalistica 1908-1914 di Bernanos si svolge in linea con i monarchici dell’Action française, all’interno del Circolo Prudhon. Altro nodo, altro interrogativo. Strano questo Camelot du Roi. Paradossale questo Bernanos postquadrista del Re, in combutta ideologica col socialista, col rivoluzionario Proudhon. Ma l’anacronismo bernanosiano, il suo polemico rifarsi al Medioevo hanno una ragione. Rivendicano alla monarchia e al messaggio cristiano il compito estremo di contrastare la disgregazione repubblicana.
Altra incongruenza. Volontario nazionalista generoso e coraggioso, tre volte ferito al fronte, Bernanos, cristiano dell’Action française, trasferisce nel suo primo romanzo, "Sotto il sole di Satana" (1925), i frutti velenosi della Grande guerra. Come è possibile? Bernanos si è fatta intera tutta la guerra, ma – ci tiene a precisarlo – senza odio. Smobilitato, con una laurea in diritto, si impiega come assicuratore. Deve mantenere la "tribù": la moglie Jeanne (bellissima, bruna "dama monarchica", discendente alla lontana di Giovanna D’Arco), i figli (nel 1923 ne ha già quattro), i vecchi genitori. A pezzi e bocconi riesce a scrivere e pubblica nel 1925, trentasettenne, "Sotto il sole di Satana", romanzo del fallimento. La protagonista Mouchette, venduta a Satana (passione e vizio del suo povero corpo), è vittima del conflitto mondiale. Altro che vittoria e gloria! Finita la carneficina 1914-18, a quanti gli chiedono: "Se c’è un Dio, può aver voluto questo?", con "Sotto il sole di Satana", Bernanos risponde: "Sì, perché c’è il diavolo". Dunque la guerra, la marinettiana sola igiene del mondo, è la rivincita di Satana.
Straordinario il successo del romanzo. Centomila copie vendute nel solo 1926. Bernanos lascia le assicurazioni e le ispezioni. Vivrà della sua penna. Pubblica nel 1931 "La grande paura dei bempensanti", violento processo alla borghesia, stigmatizzata come classe della mediocrità, del gretto egoismo conservatore, della più vigliacca prudenza. Nel 1936 esce il "Diario di un curato di campagna".
L’ha scritto in un variopinto, sudicio bar a Palma di Maiorca, dove si è trasferito per i postumi di un rovinoso incidente motociclistico e la speranza che l’alloggio e il vitto della famiglia nell’isola costino meno. Il "piccolo parroco" di Ambricourt, malato di cancro, mezzo alcolizzato dalla nascita, nella sua pura umiltà, rifiuta la "morale del mondo", quella dei "sazi". Afferma non esserci "peggior disordine dell’ipocrisia dei potenti".
La guerra di Spagna interrompe il lavoro creativo. Nello stesso 18 luglio 1936, in cui Palma de Maiorca festeggia il Diario che ha ottenuto il massimo premio dell’Académie française, le guarnigioni spagnole del Marocco e delle Canarie, sotto il comando del generale Franco, insorgono contro il governo repubblicano di Madrid. Al solito, apparente incoerenza, nodo in sospeso. Come risolvere e assolvere un Bernanos che dall’iniziale simpatia per i legionari di Franco giunge alla furibonda collera antifranchista espressa nei Grandi cimiteri sotto la luna (1938)? Fino al dicembre 1936 Bernanos mette in conto positivo della destra spagnola quella lotta politica che la destra francese non ha osato tentare in patria. Poi nel 1937 arrivano gli aerei italiani e tedeschi. Spadroneggia nell’isola l’emissario di Mussolini, un certo conte Rossi (in realtà il famigerato Arconovaldo Bonacorsi) con i suoi "Dragoni della Morte". Una terribile, sanguinosa repressione si abbatte sugli abitanti di Maiorca che rifiutano i falangisti, le camicie azzurre. L’abisso di indignazione aperto tra Bernanos e Franco non risparmia "l’ignobile vescovo di Maiorca".
Ma è un grave errore. Monsignor Josep Mirallés, oltre a non disporre di alcun potere sull’isola in quel periodo, ha scritto pericolosamente nel suo bollettino episcopale "non una goccia di sangue per vendetta". La riconosciuta infondatezza della tremenda accusa bernanosiana all’arcivescovo (presunto convivente di fucilazioni e cadaveri bruciati) si deve all’intelligenza critico-documentaria di J. Bothorel. Amareggiato dai patti di Monaco, "vile sollievo", deluso dal comportamento dimissionario delle democrazie di fronte all’addensarsi della minaccia hitleriana, Bernanos nel 1938 lascia la Francia per il brasile ("sono venuto qui per far sbollire la mia vergogna").
Otto anni in Brasile. Con trecento articoli e messaggi radiofonici, maggio 1940 – maggio 1945, aderisce alla "Francia libera" del generale De Grulle. Rientrato in patria nel luglio 1945, da antico, fedele monarchico rifiuta onori e incarichi che gli offre la IV Repubblica. Nel dopoguerra un nuovo dilemma. Si deve scegliere tra la "dittatura dei falsi dei" (il comunismo che "schiavizza milioni di uomini") e la "dittatura dei robot" (la tecnocrazia, la contro-civiltà). Bernanos va oltre il dilemma. Tende a creare un mondo di uomini liberi, non più "despiritualizzati". All’uomo europeo, al "cristiano sconsacrato" in Europa vuole ridare libertà d’anima e di coscienza. Nel 1948, ricoverato nell’ospedale parigino di Neuilly, due mesi prima della morte (5 luglio), legge su un giornale che sperano di rifare grande la Francia importando trattori dall’America. Ancora una volta il non-conformista esclama inquieto: "E l’anima del paese? Ma allora non hanno capito niente".